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Il lato oscuro di facebook

“Cancellate il vostro account facebook.” Inizia con questa provocazione un interessante articolo di Jack Morse, che invita i lettori a riflettere sui motivi che renderebbero facebook negativo per la propria qualità di vita. A) Falsa la nostra percezione del reale: la filter bubble, ovvero il filtraggio delle sole informazioni in linea con i nostri gusti e le nostre preferenze, impedisce un confronto critico con chi la pensa diversamente da noi e, in combinazione con le fake news, ci rende incapaci di avere una visione chiara e completa di quanto accade nel mondo. B) È un’azienda poco trasparente: sono stati numerosi i casi di acquisizione di dati sensibili e di manipolazione delle emozioni dei propri utenti. C) Ci fa perdere tempo con falsi “amici”: se abbiamo perso i contatti con persone che poi ci sono diventate “amiche” su facebook, probabilmente è avvenuto perché ormai ci importava poco di loro e delle loro idee; per quale motivo allora dobbiamo perdere il nostro (scarso) tempo libero a leggerli e spesso a vergognarci dei loro post?. In definitiva, suggerisce l’autore (e noi concordiamo), senza facebook si può vivere comunque, anche senza ritornare alle missive scritte a mano: ci sono molti altri modi digitali per inviare, solo alle persone che ci sono care, foto, inviti e notizie sulla nostra vita.

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P4P per i Centennials?

Lo studio esclusivo effettuato da AdReaction sui Centennials (o generazione Z, quella nata dalla seconda metà degli anni novanta fino al 2010) ne definisce le caratteristiche ideali, le aspettative e i valori, necessari per capire come comunicare con loro. I Centennials sono abituati a decidere autonomamente quando e come interagire con le marche, spostano di continuo la loro attenzione e hanno un approccio molto maturo e consapevole verso le aziende. Per conquistarli è quindi necessario puntare sull’emozione e sul coinvolgimento, portandoli a far parte del processo stesso di costruzione del brand (P4P docet!).

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Neuromarketing: leggere nella mente del consumatore

Quando acquistiamo qualcosa, pensiamo di fare una scelta razionale. Invece, è accertato che gli acquisti sono determinati tra il 75% ed il 90% da decisioni influenzate da una base emozionale non conscia. Si tratta di un aspetto quindi fondamentale per le aziende, ma molto difficile da analizzare. Vengono ora in soccorso una serie di metodologie che posso essere riassunte sotto il nome di  neuromarketing. Scientificità dei risultati e precisione dell’osservazione sono i loro punti di forza: si va, per esempio dall’eye-tracking (la misurazione dei movimenti oculari del soggetto e dei punti su cui fissa lo sguardo mentre effettua un acquisto) al Facs (Facial Action Coding System, che mediante dei sensori ci permette di misurare i movimenti dei muscoli del volto, interpretando anche le reazioni non conscie di fonte ad un prodotto). L’obiettivo è comprendere tutti gli elementi legati agli aspetti sensoriali, cognitivi non consci ed emozionali del rapporto consumatore-prodotto, per favorire il processo di vendita e renderlo ancor più piacevole.

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Che noia lo shopping!

Secondo l’ultima indagine pubblicata dal Digital Transformation Institute di Capgemini ed effettuata su 6.000 consumatori e 500 executive del retail in nove Paesi, lo shopping in un negozio fisico è considerato da molti un’attività noiosa. Il 42% degli italiani lo considera infatti alla stregua di un lavoro, non lo ritiene piacevole, mentre il 39% preferisce addirittura lavare i piatti o i panni piuttosto che fare compere.

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Panettoni indigesti

Il nuovo spot del panettone Motta ha utilizzato una creatività ironica per difendere la sua ricetta tradizionale del dolce natalizio, mettendola in contrapposizione a improbabili ingredienti di moda quali tofu, seitan, alghe e bacche di goji. L’effetto, a nostro avviso decisamente divertente ed efficace, ha però scatenato polemiche da parte di gruppi di salutisti vegani, che si sono sentiti chiamati in causa e presi in giro da questa scelta. Una indignazione in apparenza pretestuosa, che tuttavia fa riflettere su come le preferenze alimentari siano diventate un decisivo motivo di differenziazione, di stile di vita, di scelta ideologica. E quindi un argomento da trattare con particolare attenzione perché ricco di potenziale mediatico, magari da sfruttare provocatoriamente, e consapevolmente, per far parlare di sé e del proprio brand.

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I giovani sono tecnoalcolisti

È quanto ha affermato Dan Pankraz, esperto di youth marketing e partner strategico di Nike Europa, nel corso di della sua ultima conferenza. Continua Pankraz: “Ai più giovani, sostanzialmente, i brand non interessano. Sono completamente assorbiti dai loro mondi e dal loro flusso comunicativo”. Per coinvolgere la generazione Z (formata dai nati dopo il 1995) è quindi necessario coinvolgere,  “creare ecosistemi narrativi che invitino gli utenti a partecipare e a migliorare la narrazione” che il brand fa di se stesso, puntando sulla spontaneità e sull’emozione.

WastedBlood

Wastedblood (Sangue sprecato) è il titolo di una campagna di sensibilizzazione rispetto al tema della donazione di sangue da parte di persone omosessuali. Nata in Brasile, ha fatto il giro del mondo, viaggiando principalmente sui social networks.

Il claim della campagna è un messaggio chiaro, al quale non credo sia necessario aggiungere alcunché: Millions of liters of blood wasted due to prejudice.