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Che noia lo shopping!

Secondo l’ultima indagine pubblicata dal Digital Transformation Institute di Capgemini ed effettuata su 6.000 consumatori e 500 executive del retail in nove Paesi, lo shopping in un negozio fisico è considerato da molti un’attività noiosa. Il 42% degli italiani lo considera infatti alla stregua di un lavoro, non lo ritiene piacevole, mentre il 39% preferisce addirittura lavare i piatti o i panni piuttosto che fare compere.

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Commercio elettronico in crescita

Secondo l’ultima analisi effettuata dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, il commercio elettronico nel 2016 continua ad essere in crescita, attestandosi al 18%. Cambia invece la modalità di fruizione: dei 20 miliardi di euro di fatturato, 3 miliardi provengono da acquisti via mobile, che cresce rispetto al 2015 del 63% nel confronti con il desktop. Ecco i dati relativi ai tre principali settori merceologici interessati:  turismo 44% (+ 10% rispetto al 2015),  elettronica di consumo 15% (+28%), abbigliamento 10% (+ 27%). Valutando i dati in un’ottica europea, l’Italia rimane comunque uno dei paesi nei quali l’ecommerce ha visto il minor sviluppo, sia nel settore retailer che in quello del consumo.

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La pubblicità online in Italia vale 2.3 miliardi di euro

Secondo i dati dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, gli internet media, ossia la pubblicità online e la spesa degli utenti per contenuti media (news, video e musica in streaming) fruiti su pc, smartphone, tablet e smart tv connesse, giocano un ruolo sempre più rilevante: crescono dell’11% e raggiungono nel 2015 un valore prossimo ai 2,3 miliardi di euro. Con tali performance l’Internet advertising rafforza la sua posizione di secondo mezzo pubblicitario italiano con una quota pari al 29% del mercato, alle spalle della Tv (49%) ma prima della Stampa (17%) e della Radio (5%).

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Sereno variabile: il futuro della pubblicità on line dopo lo IAB Forum

Sul twitter nazionale, il tag #iabforum è stato un trending topic per entrambi i giorni dell’evento -1 e 2 dicembre scorsi- segno incontestabile della mobilitazione del popolo “digitale” rispetto a quella che è diffusamente ritenuta la principale manifestazione italiana dedicata all’adv online (14.000 le presenze “fisiche” nella due giorni milanese).

Tanto più che quest’anno i dati sembrano aver scaldato i cuori di molti protagonisti del settore: +10% rispetto al 2014 (crescita in flessione rispetto al +12,7% del 2014 sul 2013), con un aumento di 202 milioni rispetto allo scorso anno, e un valore complessivo di 2,15 miliardi di euro (dati dell’Osservatorio Internet Media della School of management del Politecnico di Milano). Oggi, in breve, il mercato della pubblicità su Internet vale circa il 30% del totale investimenti pubblicitari sui media (pari a 7,2 miliardi di € includendo tv, stampa, radio e Internet).

L’incremento maggiore è quello dei social network (+63% rispetto al 2014), seguito da quello dei video (+19 % sull’anno passato), che crescono sia su mobile sia su pc. Parlando di device, si registra l’ottima performance degli smartphone, che attirano 452 milioni di euro di investimenti (erano 293 lo scorso anno).

 

Numeri importanti e titillanti per il comparto, dietro i quali però si nascondo pericoli in agguato. Anzi, c’è chi dice addirittura che alcuni segmenti (display in primis) siano destinati a morire di morte lenta. Perché la pubblicità sul web viene sempre più percepita come pervasiva ed inutile dagli utenti. Sugli smartphone, la sensazione è che essa consumi batteria, rallenti la navigazione e consumi megabyte, che possono far superare la soglia prevista dal piano dati, comportando costi aggiuntivi. Banner, video e popup possono risultare insomma tanto più inopportuni quanto più gli schermi sono piccoli.

Per rendersene conto, basta osservare il grafico delle installazioni degli ad-blockers sui dispositivi:

 

Una crescita continua che non potrà che alimentarsi, una volta raggiunta una massa critica di persone comuni (da diversi anni infatti gli ad-blockers vengono utilizzati da una nicchia di utenti “hi-tech”). Secondo l’osservatorio PageFair, circa 200 milioni di persone nel mondo utilizzano già dei sistemi anti pubblicità. Da sottolineare che negli ultimi 12 mesi è stato registrato un incremento del 41% delle installazioni, causa nei primi sette mesi dell’anno di una perdita per mancati introiti pubblicitari di 22 miliardi di dollari. Rimanendo in Italia, il fenomeno coinvolgerebbe addirittura il 27% degli utenti (ma secondo altre fonti il dato va dimezzato).

Ennesimo sintomo delle difficoltà incontrate dalla pubblicità display è la nascita di nuove (o vecchie?) tecnologie, come Google Contributor, per ora disponibile solo in USA, un nuovo servizio che permette agli utenti di visualizzare meno pubblicità di google sui siti che abitualmente essi visitano, dietro il compenso di una fee mensile: da 2, 5 e 10$ per rimuovere rispettivamente il 5-15%, il 15-25% e il 25-50% dei banner AdSense. Gli importi versati dagli utenti vengono poi divisi tra i publisher e BigG.

 

In sostanza, quello dei sistemi di blocco degli annunci sembra essere un terreno di scontro importante che coinvolge anche il tema della privacy degli utenti. “Utilizzare software come Adblock è un dovere di ogni utente sulla rete” ha detto alcuni mesi fa l’attivista Edward Snowden. Probabilmente, chi riuscirà a creare lo strumento perfetto per contemperare gli interessi degli utenti, degli editori e degli inserzionisti sarà protagonista di un cambiamento importante del mercato di cui per il momento si avverte solo l’urgenza ma non si scorgono i contorni.

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Il futuro della pubblicità online

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Parola di Agatha Christie. E visto che noi dei grandi romanzieri ci fidiamo sempre, ci sembra giusto dedicare un post allo stato di salute della pubblicità online, visto che recentemente sono stati diffusi diversi dati interessanti sul tema.

 

Partiamo dall’Italia e dall’indagine Nielsen, secondo cui la raccolta pubblicitaria complessiva sul web in Italia supererà nel 2015 i 2 miliardi, più precisamente 2,1 miliardi di euro (+1,7 punti percentuali rispetto al 2014). La stima proviene dalla consueta survey annuale condotta su un campione rappresentativo del mercato italiano della pubblicità di circa 800 aziende investitrici.

In dettaglio -si legge nel report- oltre i 2/3 dell’investimento nel digital si dividono tra i segmenti display (banner) e search (parole chiave sponsorizzate sui motori di ricerca). Entrambi questi web channel registrano una quota in leggera diminuzione nel 2015 rispetto allo scorso anno, in favore del video e del social advertising che, secondo le stime, arriveranno a coprire rispettivamente il 17% e l’11% di quota sul totale degli investimenti online.

A livello di crescita del valore dell’investimento per il 2015, video e social registrano incrementi a due cifre, rispettivamente del +16% e +46%. Per quanto riguarda i settori, quello della distribuzione e quello delle automobili destinano al digital advertising le quote più elevate rispetto alla media del mercato, rispettivamente 53% e 41%, seppur con differenze al loro interno in termini di canali web: nel primo caso, il 70% del budget è rivolto a display e directories, per l’Automotive questa stessa porzione di budget è investita in search e video.

Un ultimo dato interessante, infine, riguarda il mobile, su cui si concentra circa il 25% degli investimenti, ed il mondo app, con circa la metà delle aziende intervistate che dichiara di aver sviluppato un’applicazione per il proprio business.

 

Ma da dove viene questa crescita?
Stando al rapporto dell’Osservatorio sulle Comunicazioni dell’Agcom, il valore della pubblicità online negli ultimi cinque anni (2009-2014) è quasi raddoppiato, segnando una crescita del 98%.

 

E nel frattempo cosa è successo nel mondo della carta stampata?
Secondo l’Asig (associazione degli stampatori di giornali), negli ultimi sei anni i quotidiani hanno perso un miliardo di pubblicità, passando dagli 1,8 miliardi raccolti del 2008 agli 810 milioni del 2014 (circa il 15% del totale del mercato pubblicitario italiano).

 

E il futuro?
In mancanza di predizioni qualificate, di visioni magiche od esoteriche, possiamo però porre una sufficiente dose di fiducia nell’Outlook sul Global Entertainment Media della nota società di consulenza PwC. Essa prevede  il sorpasso della pubblicità online su quella televisiva negli Stati Uniti a partire dal 2019.
L’eAdvertising, infatti,che nel 2014 ha generato 49,45 miliardi di dollari di ricavi negli USA, entro il 2019 salirà fino a 83,89 miliardi. La pubblicità televisiva, invece, crescerà a ritmi più contenuti, passando da 69,2 miliardi a 81,05 miliardi di dollari.

Responsabile principale di tale sorpasso sarà la crescita del mobile, sempre più utilizzato dagli utenti per navigare in Internet. Questo cambiamento nelle abitudini di fruizione determinerà anche uno spostamento degli investimenti da parte degli advertiser. In dettaglio, la raccolta pubblicitaria sui dispositivi mobili passerà dai 640 milioni di dollari del 2010 a 38,85 miliardi nel 2019.

 

Se, come spesso è accaduto in passato, queste tendenze generali in fatto di “dieta mediale” si verificheranno anche nel nostro Paese, magari con alcuni anni di ritardo, sarebbe importante che il mercato -aziende, agenzie, media- non si facesse trovare impreparato, ma sapesse invece riorganizzarsi velocemente per valorizzare al meglio questi nuovi imminenti contesti.

L’ottimismo è il profumo della vita

Gli ultimi dati Nielsen sul mercato degli investimenti pubblicitari nel primo bimestre dell’anno registrano un calo del -5,2% rispetto allo stesso periodo del 2014, pari a circa 48,9 milioni in meno. In dettaglio, gli unici mezzi a crescere sono stati radio, transit (la pubblicità in stazioni e mezzi di trasporto pubblici, outdoor), mentre tv, stampa, internet e gli altri hanno subito forti riduzioni.

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“Dopo un gennaio negativo oltre le aspettative il mese di febbraio mostra un miglioramento del trend che ci fa essere più ottimisti in vista di Expo” (Alberto Dal Sasso, Advertising Information Services Managing Director di Nielsen).

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Da aprile acquisti online anche con il bancomat

Per incentivare il commercio online, in Italia ancora molto al di sotto della media europea, il prossimo mese di aprile potrebbe portare un’importante novità: il pagamento attraverso bancomat.

 

L’innovativo progetto, su cui sta lavorando il Consorzio Bancomat di Abi (l’associazione bancaria italiana), punta infatti ad estendere la platea di chi può fare acquisti su Internet, partendo dal superamento della tradizionale diffidenza dei consumatori italiani nel comunicare i dati delle proprie carte di credito.

 

Il meccanismo di funzionamento sarà abbastanza semplice: per prima cosa chi vorrà utilizzare questo nuovo metodo di pagamento dovrà comunicarlo alla propria banca, la quale attiverà il servizio fornendo al cliente un generatore di codici temporanei (sul modello di quelli usati per l’accesso all’home banking). Al momento dell’acquisto, l’utente, una volta selezionato il prodotto ed il metodo di pagamento tramite bancomat, sarà indirizzato al sito della propria banca dove, inserendo le credenziali e il codice temporaneo, effettuerà l’acquisto con relativa transazione di addebito sul suo conto corrente.

(fonte affaritaliani.it)