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PTE, a Milano la Fiera del Promozionale dal 20 al 22 gennaio

PromotionTrade Exhibition giunge quest’anno alla 16esima edizione, confermandosi un’importante vetrina per il mondo B2B degli articoli promozionali, del regalo d’affari e delle tecnologie per la personalizzazione. Un mercato che, malgrado le apparenze, si rinnova mantenendosi al passo con i tempi: quest’anno, ad esempio, al Padiglione 3 di Fieramilanocity, ci sarà un’ampia area dedicata alla stampa in 3D e uno spazio riservato alle nuove tecnologie utilizzate per personalizzare i prodotti promozionali, tessili e non solo. Debutta, inoltre, l’area dedicata alla creatività assoluta, predisposta per quelle aziende che propongono un prodotto con effettive caratteristiche di innovazione e originalità.

 

A livello di numeri, la fiera attira oltre 150 espositori (italiani e stranieri), di cui il 20% si presenta per la prima volta. Una manifestazione da tenere d’occhio per chi, come la divisione promozionale della nostra agenzia, Blupromotional, vuole restare aggiornato sulle novità del mercato, cogliendo le migliori opportunità che esso offre.

 

Per accedere a questo interessante punto d’incontro tra l’offerta specializzata di produttori e la domanda di intermediari, distributori, rivenditori e specialisti della personalizzazione è necessario essere soci ACP – Associazione Culturale del mercato Promozionale.

 

Cinema come strumento di promozione turistica, il caso Enit

Have you ever dreamed of being in the perfect place for emotions?

Questa è la domanda retorica che apre il nuovo video prodotto dall’Enit (l’Agenzia nazionale del turismo) per far innamorare del nostro Belpaese potenziali i turisti stranieri, ma anche nostrani.

Il filmato è stato realizzato attingendo alle immagini di 9 pellicole ambientate in Italia, i cui protagonisti -Matt Damon, Johnny Depp, Angelina Jolie, Nicole Kidman, Russell Crowe, Jude Law, Roberto Benigni, Gwyneth Paltrow, Monica Bellucci, Giancarlo Giannini ed altri famosi artisti del cinema- mostrano le straordinarie bellezze dell’Italia promuovendo un vero e proprio viaggio alla ricerca dei luoghi e delle atmosfere vissute sul grande schermo.

La versione attuale, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia venerdì 11 settembre, dura circa 4 minuti e mezzo, ma presto saranno montate versione ridotte della durata di 60 secondi ed anche inferiori al minuto per il web.

Un’idea interessante che si fregia anche di inserti informativi (nomi dei luoghi, dei film, dei registi) per una volta ben fatti (a differenza dei recenti esempi riguardanti l’Expo o il portale Italia.it): fini, aggraziati ed evocativi come ciò che riguarda il cinema dovrebbe essere.

Duty of Care, la nuova frontiera del charity marketing

La fondazione inglese War Child punta sui canoni del videogioco per promuovere la sua campagna di raccolta firme da portare all’attenzione del Summit Mondiale Umanitario delle Nazioni Unite di maggio 2016, al fine di sensibilizzare i governi nel prendere misure per la protezione dei bambini colpiti dai conflitti, vittime di violenza e abusi.

 

Il video-progetto si chiama Duty of Care, un nome che richiama il famoso videogioco “Call of Duty: World at War“. Pubblicato una settimana fa sul canale youtube della fondazione, il video ha già collezionato più di 110.000 visualizzazioni, mentre le firme raccolte al momento sono circa 3.500. Ciò significa che il “tasso di conversione” (dal video alla firma) è circa il 2.9%. Un risultato che potrebbe essere letto come una bocciatura da parte degli utenti. Di sicuro, va detto che il video ha un impatto notevole e presenta immagini forti che potrebbero urtare la sensibilità di certe persone.

 

Girato tutto in soggettiva, il video ha per protagonista Nina, una bambina di nove anni in fuga dai soldati che vogliono ucciderla insieme al padre.  Tensione, paura, velocità, suspense: nel video ci sono tutti gli elementi dei videogiochi FPS (first person shot), mentre tra gli elementi narrativi troviamo sparatorie con schizzi di sangue sui muri e stupri di guerra (soltanto accennati, per fortuna).

 

Funzionerà tutto questo?

tpo screenshot
TPO, il social network etico a supporto della telefonia mobile

Una compagnia telefonica “equa e solidale” con circa 30mila clienti. Un nuovo social network di massa senza pubblicità. Un’altra innovativa idea alla quale partecipa Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia.

 

TPO (The People’s Operator) è senza dubbio tutte e tre queste cose insieme. Un operatore virtuale di telefonia nato in Inghilterra nel 2012, che fonda la sua mission aziendale su un semplice quanto originale principio: niente pubblicità sui mass media ma attenzione al lato “solidale” degli utenti, con il 10% delle bollette di questi ultimi devoluto ad una causa scelta tra un lungo elenco a disposizione.

 

Drastica riduzione del budget per il marketing, quindi, (rispetto ai massicci investimenti dei competitor) ma fiducia totale nel potere del passaparola, nella capacità del sentimento di benessere (e autocompiacimento) derivante dal fare una buona azione di creare empatia, al punto da essere trasmesso viralmente nelle reti sociali, online ed offline. E di portare con sé valore positivo associato al brand TPO.

 

Proprio per favorire questi fenomeni di condivisione, su iniziativa d Jimmy Wales, TPO ha anche sviluppato un proprio social network, online in versione beta all’indirizzo tpo.com. Esso si presenta così, nella pagina del ‘chi siamo’: i social network esistenti ti trattano come una merce da vendere agli inserzionisti. Ciò porta naturalmente ad un uso intrusivo dei tuoi dati e a conflitti tra quello che tu desideri e ciò di cui hanno bisogno gli inserzionisti.

 

Proprio per differenziarsi da questo sistema di business, il nuovo social network etico rispetta la privacy degli utenti non ospitando alcun tipo di pubblicità. Di più. La nuova piattaforma sociale vuole mettere in contatto le persone attorno ai progetti di beneficenza che l’azienda promuove.  Vista con occhio disincantato, questa idea potrebbe sembrare rischiosa ma, a supporto del lancio di tpo.com, The People’s Operator ha condotto uno studio che mostra come il 51 per cento dei consumatori nel Regno Unito ha fatto beneficenza nel corso dell’ultimo mese, mentre il 73 per cento dei Millennials (i nati dopo gli anni ’80) si sente socialmente collegato alle cause per le quali ha  donato denaro.

 

Riassumendo:  grossi investimenti in pubblicità ATL delle altre compagnie telefoniche vs. creazione di reti sociali (sostenute da piattaforme digitali ad hoc) in cui il passaparola tra gli utenti veicola il messaggio “pubblicitario”.

Come andrà a finire?

 

Idee interessanti per una promozione turistica efficace

Quali sono i migliori ingredienti del successo in campo pubblicitario?

 

Le persone e le loro storie. L’ennessima conferma arriva da questa originale campagna di promozione realizzata dall’ufficio turistico del cantone svizzero di Graubünden.

 

Al centro della stazione di Zurigo un cartello pubblicitario”vivo”, animato da un simpatico e arzillo montanaro collegato via webcam dalla sua casa sul cucuzzolo della montagna, invita i curiosi passeggeri in transito ad andarlo a trovare il giorno stesso nell’idilliaco villaggio alpino di Vrin. Dopo un breve scambio di battute e di sorrisi rassicuranti, ecco calare nella fessura sotto il billboard il biglietto del treno prontamente stampato valido per quello stesso giorno.

 

Esplicito il messaggio: per un giorno lascia perdere la città e la sua frenesia, e rifugiati nella pace e nella bellezza delle montagne svizzere a due ore e mezza di treno (già che sei in stazione…approfittane per conoscere una nuova persona interessante e un nuovo posto incantevole!).

 

Il video che racconta tutta la storia è divenuto virale in poche settimane. Complimenti!

Che pizza studiare inglese

Questa è davvero forte.

La scuola di lingue CNA di San Paolo ha inventato un innovativo metodo per esercitarsi nella conversazione: hello pizza. Grazie ad un accordo con un ristorante-pizzeria di Los Angeles e ad un’app dedicata, gli studenti della CNA diventano operatori del customer service del ristorante e gestiscono le prenotazioni.

In pratica, le chiamate verso il locale vengono “dirottate” via voip in Brasile e ai clienti che vogliono prenotare la cena rispondono gli studenti del corso. Più dura la conversazione, più i clienti ottengono uno sconto sul conto finale. D’altro canto, gli studenti, affiancati dai tutor della scuola, si trovano a dover affrontare una situazione reale, di vita quotidiana. La più indicata, probabilmente, per imparare davvero a farsi capire in una conversazione.

Il direct marketing arriva in spiaggia

Estate, tempo di mare e di pelli abbronzate. -Attenzione, però, ai rischi dell’esposizione diretta del sole, che, soprattutto sulle pelli delicate, può essere molto nocivo-.

Cose trite e ritrite ma provate voi a far mettere la crema solare ad un bambino che, appena arrivato sulla spiaggia, non vede l’ora di iniziare a giocare, insabbiarsi o tuffarsi in acqua!

Per venire incontro a questo “drammatico” problema parentale, Nivea ha sviluppato in Brasile una campagna di direct marketing molto originale: ha inventato la Nivea Doll, una bambola che, se esposta al sole, diventa più scura fino ad ustionarsi. Ai bambini, quindi, il compito di coprirla di crema protettiva: un modo per responsabilizzarli attraverso il gioco.

Regalata ai bimbi in spiaggia da giovani hostess, la Nivea Doll ha così catturato l’attenzione dei piccoli per il tempo sufficiente a coprirli di protezione ed è diventata la rappresentazione simulacrale del rischio scottature. Un’idea luminosa!

JCDecaux screenshot da YouTube
Invito formato Billboard JCDecaux

Nessuno andava mai alle loro presentazioni aziendali, eppure sono il numero 1 mondiale dell’outdoor advertising. Così JCDecaux ha deciso di chiedere aiuto all’agenzia BBDO Belgium per trovare un invito efficace da mandare ai responsabili marketing di alcune multinazionali, soliti nel non farsi mai vedere ai loro meeting.

 

Risultato? Il 100% di risposte positive,  , che possiede spazi pubblicitari all’aperto in 54 paesi e mostra ogni giorno messaggi pubblicitari a centinaia di milioni di persone.

 

Ma qual è stata la trovata vincente?

Come spiega bene il video realizzato dalla stessa BBDO, senza chiedere il permesso ai diretti interessati, JCDecaux ha messo una foto di ogni direttore marketing in una singola affissione esterna collocata in spazi pubblici: fermate dell’autobus, strade, stazioni. Sotto ai ritratti, in questi veri e propri personal-billboard, c’era poi il nome della persona ritratta l’indirizzo e-mail di JCDecaux.

In poco tempo, molti conoscenti delle persone target della campagna hanno iniziato a chiamare: “Ti ho visto su un cartellone pubblicitario, che succede?” “Come mai la tua faccia occupa tutta l’area della fermata del bus XY a via…?”. Dopo una prima fase di spaesamento, gli interessati hanno dato spazio alle più svariate reazioni: disagio, fastidio, rabbia, divertimento.

 

Nel frattempo, JCDecaux ha inviato loro una mail chiedendo scusa per gli eventuali disagi, spiegando così l’operazione: “Ti abbiamo voluto far sperimentare l’efficacia della pubblicità esterna. Come avrai visto tu stesso, le reazioni sono state veramente tante per un solo cartellone. Prova a immaginare che cosa potrebbe fare con il vostro marchio la nostra intera rete”. Alla fine della e-mail, strategicamente, hanno piazzato un bottone per iscriversi alla prossima presentazione aziendale. Proprio una di quelle precedentemente così snobbate.

E indovinate un po’? Il 100% di chi è stato “vittima” della campagna ha prenotato un posto alla presentazione.

 

La morale?

Un po’ di spregiudicatezza a volte (soprattutto in questo mestiere) non guasta, e chi l’ha detto che le affissioni sono un mezzo vecchio e fuori moda?

Ps. chissà se in Italia un’azione del genere avrebbe generato le stesse reazioni o non piuttosto una serie di querele, esposti al Garante per la Privacy, editoriali de fuego. Tutto merito, forse, del noto senso dell’umorismo belga!

museo della merda dal sito
Il fior fiore del marketing aziendale: apre i battenti il Museo della Merda

“Un gabinetto di curiosità contemporaneo che trova il suo unitario principio guida nella scienza e nell’arte della trasformazione”. E’ il senso, secondo i curatori, del nuovo Museo della Merda, aperto in un castello tardomedievale, nella Frazione Campremoldo Sopra del comune di Gragnano Trebbiese (loc. Castelbosco), vicino Piacenza.

 

Potrebbe sembrare una boutade, ma non lo è. Il progetto è stato presentato nella seria cornice del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, pochi giorni fa. Si tratta insomma di una vera collezione di opere d’arte e testimonianze estetiche e scientiche che hanno per tema la cacca. Si va dallo scarabeo stercorario, considerato divino dagli egizi (e simbolo del museo) all’utilizzo dello sterco per la costruzione di architetture nelle varie culture del pianeta, dalla cacca di dinosauro alle opere storico-letterarie come la Naturalis Historia di Plinio, passando per le ricerche scientifiche più attuali e alla produzione artistica che tocca l’uso e riuso di scarti e di rifiuti.

 

Detta così la cosa potrebbe essere catalogata nella sezione stramberie e suscitare, al massimo, un sorrisetto e un’alzata di spalle.

 

In realtà, il tema merita di essere approfondito perché il Museo è il frutto dell’idea dell’imprenditore Gianantonio Locatelli, proprietario dell’azienda agricola di Castelbosco dedicata alla produzione di latte per il Grana Padano. L’azienda ospita 2.500 bovini super-efficienti, che producono quotidianamente 300 quintali circa di latte e 1.000 di sterco. Una quantità di merda la cui gestione è diventata il fiore all’occhiello di un successo aziendale, ottenuto grazie ad un progetto ecologico e industriale avveniristico. Dallo sterco, infatti, si ricava oggi metano, si concimano i campi, si forma materia grezza per intonaco e mattoni. Le tecnologie adottate in questa miracolosa trasformazione permettono di ridurre l’inquinamento atmosferico e la distribuzione di nitrati nel terreno.

 

Ma le trasformazioni qui sono due. Della prima abbiamo detto. La seconda è quella, ben più ingegnosa, rappresentata dall’aver avuto l’idea di differenziarsi dalla massa di allevamenti intenstivi della zona, investendo in un’operazione di marketing che ha posizionato l’azienda ad un livello sicuramente più green. Dotarsi di tecnologie per attivare un circolo virtuoso atto a rendere un materiale di scarto un prodotto capace di generare valore è sicuramente una cosa apprezzabile, ma andare oltre, dando vita ad un vero e proprio Museo della Merda, è un’operazione davvero non banale. Capace di ottenere: copertura mediatica (nazionale e internazionale), risonanza nei social network, flusso di visitatori reali in azienda, etc. Un’idea, insomma, solo apparentemente “di merda”. Bravi!

 

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Gluten free: un mercato maturo ha bisogno di rispetto dei consumatori e di corretta informazione

Negli Stati Uniti, negli ultimi 4 anni la vendita di prodotti gluten-free è più che raddoppiata, raggiungendo un valore pari a 23 miliardi di dollari. I generi alimentari non contenenti glutine vengono scelti dal 30% degli americani adulti, a fronte di un percentuale di popolazione celiaca inferiore all’1% e di un 6% di persone ipersensibili o intolleranti.

In questa sproporzione dimora il rischio che presto questo boom di consumi finirà in una bolla speculativa, come sostiene l’economista alla Yale University Vikram Mansharamani. In pratica, secondo Mansharamami, proprio come nelle precedenti bolle speculative -da quella dei tulipani del ‘600 alle internet companies degli anni 2000, fino a quella recente delle case e dei mutui subprime- un livello così elevato di attenzione popolare non è sostenibile nel medio periodo. Arriverà, prima o poi, -afferma l’economista americano- un’altra irresistibile moda salutistica che spazzerà via la precedente e la fissazione per il gluten free finirà. Portando giovamento prima di tutto a chi, aggiungiamo noi, consuma prodotti celiaci senza avere nessuna intolleranza rispetto alla gliadina, proteina del glutine presente nel grano, e in forma simile in cereali come orzo, frumento, avena, kamut, farro e segale.
I prodotti gluten free, infatti, non sono di per sé, per la loro composizione, più salutari di quelli contenenti glutine. Anzi. Spesso contengono più grassi, più sodio, più zuccheri e meno fibre, ed hanno un maggior numero di calorie.

 

Per ora l’ipotesi della “bolla” rimane una supposizione non sostenuta da dati reali, visto che, negli Usa come in Italia, le vendite di prodotti gluten free continuano ad aumentare, così come le nuove diagnosi (circa 10.000 all’anno in Italia, dal 2007 al 2013).

Rimande indubbio, però, che il livello di conoscenza diffuso sulla celiachia e sulla condizione dei celiaci andrebbe elevato sensibilmente. Per fare più chiarezza rispetto al tema, arriva domani la Settimana della Celiachia, organizzata dall’Associazione Italiana Celiachia Onlus, in programma dal 16 al 22 maggio con eventi e appuntamenti su tutto il territorio nazionale e lanciata ieri dall’incontro “La celiachia non è una moda. La malattia celiaca ai tempi di Expo”, svoltosi in Senato per approfondire il tema della celiachia e della dieta senza glutine.

 

Avendo lavorato nel settore, per il Consorzio Italdietic, ed avendo accumulato un po’ di esperienza sul campo, sappiamo che si tratta di un mercato ancora acerbo, in quanto a posizionamento dei marchi, conoscenza dei prodotti e percezione del fenomeno presso il pubblico. Inoltre, anche se gli spazi di inserimento nel mercato sono reali, è difficile tracciare stime di sviluppo. Troppo pochi i dati a disposizione, troppo breve lo storico del settore e troppo numerose le variabili in gioco, compresa quella relativa ai contributi erogati dallo Stato alle persone affette da celiachia per l’acquisto dei prodotti dedicati.

L’aspetto importante, a nostro avviso, è mantenere la giusta attenzione al focus: produrre e comunicare alimenti gluten free di qualità, senza alimentare mode, agitare spauracchi o fare  cattiva informazione. La salute dei consumatori, di tutti i consumatori, è un valore troppo importante per essere trascurato.