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emoji
Emoji, c’era una volta l’esperanto…

Tutti pazzi per gli emoji, i simboli pittografici inventati in Giappone dall’ingegnere Shigetaka Kurita a cavallo del terzo millennio per esprimere graficamente concetti, stati d’animo e significati vari condensati in micro-immagini da pochi byte ciascuna.

 

La “parola” più utilizzata su internet nel 2014 è stata, ad esempio, l’emoji con il cuore, digitata miliardi di volte al giorno. Come lo sappiamo? Da una ricerca condotta dal rispettabile Global Language Monitor, che studia le conversazioni a livello mondiale e le dinamiche comunicative presenti su web, social network e sistemi di messaggistica.
La rapidità con cui questi nuovi modi di comunicare si diffondono è pazzesca. “La lingua inglese -è il commento di Paul Payack, presidente del Global Language Monitor- sta attraversando una trasformazione mai vista prima in 1400 anni di storia. L’alfabeto si sta ampliando con nuovi caratteri ad una velocità incredibile”.

 

Anche in termini di estensione, il fenomeno è impressionante: Instagram, il celebre social network videofotografico, ha iniziato da poche settimane a indicizzare e classificare le immagini in base alle faccine, utilizzate come hashtag; il Guardian si è preso la briga, mesi or sono, di tradurre con gli emoji, parola per parola, tutto il discorso sullo stato dell’Unione del presidente Obama; c’è anche, però, chi ha tradotto interi libri, come il classico della letteratura mondiale “Moby Dick“, ribattezzatoEmojidick“, in vendita per 40 dollari (tanto per capirci, ad ex. la frase “Call me Ishmael” è una sequenza che mette in fila un telefono, un uomo, una barchetta a vela, una balena e un okay); ancora, la Chevrolet ha diffuso il primo comunicato al mondo scritto con emoji perché, come spiega l’azienda sul suo sito, “Words alone can’t describe the new 2016 Chevrolet Cruze“; poi ci sono i motori di ricerca, come Bing, che si sono attrezzati per fare delle ricerche tramite emoji; infine, nella nostra piccola Italia, anche Jovanotti ha pubblicato la tracklist del suo ultimo album condita di emoji, usate -immaginiamo- per descrivere il mood dei brani e per fare qualcosa di “tendenza”.

 

Arrivati a questo punto, ci rendiamo conto che una strada è stata ormai imboccata e sarà difficile tornare indietro. Ci chiediamo allora: le emoji rappresentano una nuova “lingua”? il loro significato è universalmente condiviso? favoriscono la comunicazione o no?

Nelle università il fenomeno emoji comincia ad essere studiato ed alcuni specialisti, come il linguista Tyler Schnoebelen, hanno cominciato ad individuare alcune regole (o meglio ricorrenze statisticamente rilevanti) della nuova “lingua”, prendendo a riferimento l’ “universo” twitter:

– gli emoji tendono ad essere usati alla fine dei messaggi
– l’uso degli emoji rispetta la linearità temporale, per cui le azioni vengono rappresentate da sinistra a destra lungo l’asse del tempo

emoji1

 

 

 

 

– in sequenze di 2 o 3 emoji al primo posto ci sono generalmente le facce che esprimono qualche stato d’animo

emoji3

 

 

 

 

Un altro aspetto molto importante è la questione del significato. Siamo sicuri, infatti, che queste piccole immagini siano universalmente comprese per il loro giusto valore semantico? Gli emoji apriranno la strada ad un nuovo esperanto? A giudicare dalle ambiguità semantica la risposta sembra essere negativa. Ecco, infatti, alcuni esempi di polisemia applicata alle faccine:

 

emoji maniMani giunte – Utilizzate per rappresentare le mani in posizione di preghiera nei paesi occidentali, in realtà significano per favore o grazie nella cultura giapponese. Altri usi possibili di questa emoji includono la supplica, o un “batti cinque”.

emojsbuffoFaccina che sbuffa – Apparentemente potrebbe sembrare arrabbiata, scocciata o frustrata ma, in realtà, questa emoticon esprime trionfo, vittoria e quindi soddisfazione, orgoglio.

 

emoji bacioBacetto – Molto utilizzata per simulare l’invio di un bacetto, ma la faccina rappresenta tutt’altro: qualcuno che ha combinato qualche guaio e quindi simula un’aria innocente, fischiettando con disinvoltura.

 

Insomma, vivremo abbastanza a lungo per vedere le emoji nei libri di scuola, nelle targhe commemorative delle piazze italiane o negli atti giudiziari?

stupore